“Perdono”: una rivoluzione emotiva nella musica italiana degli anni ’60

Introduzione

La canzone Perdono, interpretata da Caterina Caselli con testo di Mogol, rappresenta uno dei brani più emblematici e innovativi della musica italiana degli anni ’60. Mi ha sempre attratto e affascinato per la prepotenza, più che per la potenza, del suo testo e dell’interpretazione di Caterina Caselli. La parola Perdono, urlata con rabbia, è sempre stata l’indizio di qualcosa di più profondo, nascosto dietro di essa.

Vincitrice della terza edizione del Festivalbar nel 1966, quella fu anche la prima volta in cui la manifestazione venne trasmessa in televisione, sul Secondo Canale, l’attuale Rai 2, sotto forma di videoclip girati in pellicola e mandati in onda in seconda serata con il titolo di Juke-box sottovoce (fonte Wikipedia). Questa canzone non si limita a raccontare una storia d’amore e tradimento, ma si inserisce in un contesto sociale e culturale di grande trasformazione.

In un’Italia in rapida evoluzione, segnata dal boom economico e da profondi cambiamenti nei ruoli sociali, in particolare in quello della donna, Perdono si distingue non tanto per il suo linguaggio audace e trasgressivo, quanto per il suo sottotesto provocatorio e per nulla remissivo, come ci si sarebbe aspettati da una donna. La voce femminile di Caselli, che ammette apertamente un tradimento e una sofferenza complessa, rompe con gli stereotipi convenzionali della donna idealizzata come figura passiva e sacrificale.

Il presente articolo si ispira a una sensibilità sociologica per interpretare Perdono come espressione di un profondo cambiamento culturale e simbolico, soffermandosi sul potere innovativo e rivoluzionario della collaborazione tra Mogol, paroliere avanguardistico, e Caselli, emblema di ragazza emancipata e libera. Questa combinazione ha infatti portato in Italia un modo nuovo di raccontare emozioni, desideri e contraddizioni, anticipando temi che sarebbero diventati centrali nei movimenti di liberazione femminile e nella cultura popolare degli anni successivi.

 Contesto storico-politico e culturale dell’Italia anni ’60

È doveroso accennare al contesto storico-politico in cui nacque Perdono. Ai più giovani, che non hanno vissuto direttamente le battaglie sociali iniziate alla fine degli anni ’60 e proseguite, in forme e modi diversi, fino al 2001, anno in cui con la violenza venne represso uno degli ultimi grandi movimenti di lotta a livello globale, viene chiesto uno sforzo interpretativo.

Oggi, leggendo il testo, può sembrare innocuo, per nulla dissacrante. Eppure, durante tutti gli anni ’60, l’Italia visse un decennio di profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali. Dopo il dramma della guerra e il difficile dopoguerra, il Paese attraversò il celebre boom economico, che portò a una crescita industriale senza precedenti e a una forte urbanizzazione. L’urbanizzazione va intesa non solo in senso fisico e geografico, ma anche culturale: la campagna e la città si incontrarono attraverso nuovi modelli cinematografici, pubblicitari e, soprattutto, musicali.

In questo fermento, si aprirono nuovi spazi di libertà, individuali e collettivi, e i vecchi modelli sociali, radicati in una cultura tradizionalista, cominciarono a vacillare. Il ruolo della donna, fino ad allora confinato nel perimetro domestico, iniziò a evolversi: i segnali di cambiamento arrivarono anche dal costume, dai comportamenti quotidiani e dalle canzoni. Erano gli anni dei 45 giri, dei giradischi, delle radio, delle minigonne e delle sigarette. La musica diventava specchio e megafono di un’identità femminile nuova, ancora in cerca di riconoscimento ma sempre più consapevole.

Fu proprio la musica leggera, nella sua apparente leggerezza, a raccogliere questi segnali. Nessuno mi può giudicare, portata da Caterina Caselli a Sanremo nel 1966, rappresentò uno di quei momenti-soglia. Con il suo look beat, la frangetta bombata e un atteggiamento da contestatrice ante litteram, Caselli spiazzava il pubblico, ma era il testo a lasciare il segno: una donna che rivendica la libertà di scegliere, persino in amore, e lo fa senza chiedere scusa. Per l’epoca, era un messaggio dirompente.

Con Perdono, di qualche mese successiva, Caselli andò oltre. Grazie alla penna di Mogol, la donna non solo tradisce, ma diventa anche vittima. Vittima di chi? Della società che giudica? Dell’uomo a cui tutto è concesso? O dei suoi stessi sensi di colpa? Cercheremo di capirlo insieme.

Parallelamente, a livello internazionale, si assisteva a una forte ondata di contestazioni giovanili, rivolte contro l’autoritarismo, i ruoli tradizionali e le ingiustizie sociali. La cultura popolare e la musica, dapprima strumenti di affermazione individuale, divennero progressivamente veicoli di espressione collettiva e di canalizzazione di queste nuove tensioni.

In questo scenario, anche la musica leggera italiana stava attraversando una trasformazione profonda. Con autori come Mogol e interpreti come Caterina Caselli, si aprivano nuove strade. Cominciavano ad affermarsi i complessi (come Equipe 84 e i Rokes), mentre figure carismatiche come Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo portavano sul palco personalità femminili sempre più autonome e sfaccettate, capaci di tenere testa a un mondo ancora saldamente maschile.

La canzone italiana diventava così un contenitore di messaggi nuovi, più sfumati e complessi, capaci di mettere in discussione tabù e aprire alla sperimentazione.

Quanto gli stessi protagonisti fossero consapevoli del potenziale rivoluzionario di quel linguaggio non è dato saperlo, così come non è oggetto di questo articolo indagare se le case discografiche, fiutando l’affare, abbiano spinto sull’acceleratore.
Fatto sta che, a quel punto, l’auto era ormai in volata… senza freni.

 Analisi del testo di Perdono

Il testo di Perdono si presenta, a prima vista, come una semplice storia di amore e tradimento, ma la sua forza risiede nella complessità e nell’ambivalenza emotiva che riesce a esprimere attraverso il dualismo tra poesia e interpretazione. La protagonista, una donna, ammette apertamente il proprio tradimento; all’inizio si mostra pentita e accondiscendente verso il suo uomo, proprio come lui si aspetterebbe, e a bassa voce gli sussurra:

Perdono, perdono, perdono / Io soffro più ancora di te.
Mi diceva le cose che dici tu / Aveva gli stessi occhi che hai tu.

Poi però alza la testa, punta il dito verso di lui e afferma con forza:

Mi avevi abbandonata / Ed io mi son trovata / A un tratto già abbracciata a lui.

Qui si apre la prima grande frattura rispetto a un contesto più tradizionale: in una narrazione convenzionale, la donna sarebbe rimasta a casa a piangere l’uomo che l’ha lasciata. È questo il caso di altre canzoni presentate nella stessa edizione del Festivalbar, come L’uomo di ieri di Wilma Goich, dove la donna rimane sostanzialmente vittima:

Tu sei convinta che è un angelo vero / sempre sincero, lo credi così / e fino a ieri anch’io ci credevo / anch’io lo pensavo, lo vedevo così.
Che pazza son stata perché / anch’io l’ho amato come te.

Oppure Riderà di Little Tony, in cui la donna non ha nemmeno voce in capitolo, e l’uomo decide se lasciarla o riprenderla:

Ma se tu l’amerai un po’ meno di me / Ma se tu cambierai e un altr’uomo sarai / Ma se tu sciuperai quel che ho fatto per lei / Giuro che tornerò e la riprenderò.

La canzone di Caselli, invece, va oltre questi stereotipi: i toni si alzano, e la parola “perdono”, ripetuta con forza e quasi urlata, sancisce una seconda grande frattura nell’immaginario collettivo. Diventa un vero e proprio mantra, che racchiude un significato molto più ampio del semplice atto di chiedere clemenza. È un grido che esprime rabbia, dolore, ma anche resistenza e presa di coscienza. Il “perdono” ripetuto tre volte suona quasi come una concessione amara: “Se è questo che vuoi, eccolo: perdono, perdono, perdono.” Ma subito dopo arriva la svolta, il colpo di scena emotivo: “Il male l’ho fatto più a me.

Qui la poesia si fa tagliente e definitiva: lui non ha più appigli, nessuna replica possibile. In filigrana, si legge una risposta durissima: “Tu ti lamenti perché, invece di rimanere sola a piangere, sono finita tra le braccia di un altro uomo. Ma chi dovrà affrontare gli sguardi della gente, il giudizio degli amici, chi verrà etichettata con disprezzo, sono io. E io lo so, lo so perfettamente. Eppure, l’ho fatto.”

È una confessione che si trasforma in atto di consapevolezza e resistenza. Lei sa di essersi esposta, di essersi ferita socialmente, forse per molto tempo, nonostante ciò non arretra.

E allora il perdono ritorna, per l’ennesima volta, ma stavolta carico di significato e amarezza: “Perdono, perdono, perdono”, non come richiesta, ma come affermazione definitiva. Un perdono che ribalta le parti e lascia a lei l’ultima parola. Perché alla fine, è lei a portare il peso più grande, è lei a soffrire di più.

Allora eccoti ancora il perdono, ripetuto tre volte, ma sappi che quella che soffrirà di più sono io.

La donna che canta non è più la figura remissiva, idealizzata e sacrificale imposta dalla società tradizionale, ma un soggetto complesso, in bilico tra debolezza e forza, colpevolezza e vittimismo.

La magia evocativa di Mogol si manifesta anche nelle immagini poetiche contenute nel testo, come “Il fuoco di un cerino ti sembra il sole che non hai”. In quella frase si condensa un’intera condizione esistenziale: l’esposizione di una mancanza. Una mancanza che la protagonista avverte con forza, ma che non coincide necessariamente con l’assenza dell’uomo che l’ha abbandonata. Quel ‘sole che non hai’ è un’immagine fondativa, che esprime l’emersione di un desiderio di emancipazione da sempre presente nella donna, un desiderio che ora si manifesta pienamente e non si placherà finché non sarà raggiunta la libertà di ‘vivere come vuole’, per citare un altro celebre brano di Caselli, Nessuno mi può giudicare.
La notte, lo spazio in cui si consuma l’infedeltà, diventa così metafora del buio in cui versa ancora la società italiana sul piano dei diritti civili, sospesa in un limbo tra il desiderio di emancipazione e l’incapacità delle istituzioni e della cultura dominante di riconoscerne la legittimità.

In un’epoca in cui la donna era ancora largamente confinata entro rigidi ruoli sociali, Perdono si pone come un testo rivoluzionario, capace di esprimere emozioni e desideri che pochi osavano mettere in parole. La collaborazione tra Mogol, con la sua scrittura raffinata e moderna, e Caselli, icona di una nuova femminilità libera e indipendente, diede vita a un linguaggio che rompeva gli schemi, aprendo la strada a una nuova narrazione femminile nella musica italiana.

 Il potere trasgressivo e innovativo di Mogol e Caselli

Arrivati a questo punto, è chiaro che Perdono è una canzone che rompe gli schemi, e lo fa grazie all’incontro di due forze artistiche decisive: la scrittura poetica e modernissima di Mogol e l’interpretazione carica di significato di Caterina Caselli. Ma in che modo?

Mogol, già allora autore affermato, porta nella musica leggera italiana una nuova profondità: una lingua affilata ma quotidiana, capace di raccontare conflitti interiori senza rifugiarsi nei cliché melodrammatici. In Perdono, la sua penna si avvicina più alla poesia civile che alla tradizione sentimentale della canzone d’amore: sceglie parole dure, ambigue, scomode, e lascia che a pronunciarle sia una donna.

Il vero gesto rivoluzionario, però, si compie con la voce e nella figura di Caterina Caselli. Non solo interprete, ma simbolo di una generazione che rompeva con le convenzioni. Nata nella provincia modenese, orfana di padre, con una madre che cuciva e vendeva maglie porta a porta, Caselli era una ragazza determinata che sognava la musica. Lasciò la scuola, lavorò in un maglificio per mantenersi e studiò musica la sera.

È da quel contesto che nasce Caterina Caselli: con quel taglio netto, il celebre “casco d’oro” nato da una stroncatura (“Signorina, ma non si vergogna ad andare in giro pettinata così?”), e con un’energia nuova nel modo di stare sul palco. Portava una voce affilata, non carezzevole; una presenza scenica che rompeva il modello femminile accomodante e idealizzato. Quando nel 1966 interpretò Nessuno mi può giudicare, trasformò un tango lento pensato per Celentano in un inno beat generazionale, ricevendo il battesimo del pubblico giovane che la incitava con “Vai e uccidili!”. Sanremo fu la consacrazione.

Caselli non rappresentava solo una cantante grintosa, ma una forza che si faceva strada dentro una cultura ancora statica. La sua voce incarnava una nuova gioventù di provincia (l’Italia è sempre stata, e in parte è ancora, un’enorme provincia), in cerca di emancipazione, cambiamento, possibilità. In Perdono, tutto questo arriva al pubblico con la potenza del pop, ma senza sconti.

La canzone anticipa temi e linguaggi che diventeranno centrali nei movimenti femministi e nella musica d’autrice dei decenni successivi. È un raro esempio di hit pop che non si limita ad accarezzare il consenso, ma lo mette in discussione. E il fatto che sia una donna come Caterina Caselli a portare questo messaggio in scena, in una televisione ancora “formativa” come quella degli anni ’60, con la sua voce giovane e tagliente, segna una vera svolta culturale.

 Conclusione

Mi accingo a concludere questo percorso attraverso le parole e l’interpretazione di Perdono. Alla fine, ciò che resta sono le sensazioni che un brano può suscitare nell’ascoltatore. Come recitava ironicamente un celebre cantautore, “sono solo canzonette”, eppure, se una parola semplice viene pronunciata nel momento giusto e nel contesto giusto, può farsi storia.

Questo studio ha cercato di mettere in luce un momento cruciale della storia italiana: la fine degli anni Sessanta, un’epoca di transizione e di apparente quiete, sospesa tra un passato segnato dal dopoguerra e un futuro attraversato da tensioni sociali, politiche e culturali. Un periodo in cui, per usare le parole di Caterina Caselli, “c’era un fermento, c’era una voglia di vivere e di cambiare davvero un mondo che si sentiva vecchio, datato, superato” (Caselli, intervista a QN Magazine).

Perdono, nella sua semplicità apparente, riflette proprio questa ambivalenza e questa frattura generazionale: da un lato, il peso delle convenzioni e dei giudizi sociali; dall’altro, il desiderio di una libertà ancora incerta ma già presente. La canzone si configura così come una preziosa testimonianza sonora dell’Italia che cambiava, uno specchio di trasformazioni profonde che hanno investito la musica, i rapporti di genere e l’immaginario collettivo.

P.S.: Un’appendice metodologica accompagnerà questo articolo per approfondire l’analisi svolta e i passaggi che hanno condotto alle conclusioni finali

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